Ascoltando le commemorazioni
Da Berlino a Gaza: il presente interroga la memoria
di Antonella Romeo

Il 7 ottobre si ricorda l’orribile strage di Hamas in Israele. Qualcuno non ha dimenticato anche l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja, 20 anni fa; il presidente Putin avrà avuto una ragione in più per festeggiare in quel giorno del suo compleanno. A Berlino per ricordare le vittime del 7 ottobre viene illuminata per la terza volta la Brandenburger Tor con i colori della bandiera israeliana. Più volte la porta di Brandeburgo è stata illuminata per mostrare solidarietà a una certa nazione o per celebrare qualche felice accordo. Si è vestita del tricolore francese, di quello belga, ha indossato il rosso e la mezzaluna della bandiera turca. In questi anni non ha mai conosciuto i colori della bandiera palestinese. Il 15 novembre 2025 era comparso uno striscione sulla porta su cui si leggeva «Mai più genocidio, Palestina libera». I tre che si erano arrampicati sul simbolo della città di Berlino sono poi stati arrestati. Il 7 ottobre 2026 in un’intervista alla Deutschlandfunk, la radio pubblica più prestigiosa del Paese, il presidente della Jüdische Studierendenunion Deutschland, associazione degli studenti e giovani adulti ebrei in Germania, Ron Dekel, denuncia il crescente antisemitismo, il clima di ostilità verso gli ebrei in Germania e verso Israele. Secondo le sue parole sempre più studenti di origine ebraica sceglierebbero corsi di studio di respiro internazionale per avere la possibilità di lavorare all’estero; ormai la questione non sarebbe più se un giorno potrebbero essere costretti a lasciare il Paese, ma quando tale giorno arriverà. Ron Dekel non ha ritenuto di dover menzionare i crimini commessi e tutt’ora in corso a Gaza, dove il computo dei morti aumenta ogni volta che vengono dissotterrati nuovi corpi dalle macerie. Un milione e settecentomila persone, fra cui più di mezzo milione di bambini, aspettano l’inverno vivendo accampati, con scarso cibo, dipendenti dagli aiuti internazionali che il Governo israeliano fa entrare in minima parte. Emergency le vede bene le condizioni della popolazione nei suoi due presidi sanitari, dove lavorano i medici palestinesi sopravvissuti ai bombardamenti degli ospedali. A Gaza il 90% delle strutture sanitarie sono state distrutte o messe fuori uso. Le donne di Gaza non hanno nemmeno il diritto di ricevere gli assorbenti perché considerati fra quei generi soggetti al dual use, cioè potrebbero essere impiegati per produrre ordigni esplosivi: gli assorbenti igienici per il ciclo delle donne! Tutto questo mentre container di profilati di acciaio – inequivocabilmente dual use, pronti ad essere trasformati in proiettili – hanno continuato in questi anni a partire o transitare dai porti europei per approdare in Israele. Cosa avrebbe detto Esther Béjarano, cittadina tedesca di origine ebraica; sopravvissuta ad Auschwitz e Ravensbück era andata clandestinamente in Palestina e poi nel 1960 aveva scelto di lasciare Israele anche per ragioni politiche. Già nel suo libro La ragazza con la fisarmonica nel 2013 non aveva esitato di definire fascisti Netanyahu e i suoi accoliti; lei sapeva che con questi soggetti al potere non ci sarebbe mai stata la pace in Medio Oriente. Media israeliani denunciano le comunicazioni su Hamas dell’Intelligence ignorate dai dirigenti israeliani. Registi israeliani intervistano tecnici di alto livello che raccontano la loro guerra di sterminio, compiuta in remoto con l’impiego dell’IA, su ordine di un capo di governo contro il quale la Corte penale internazionale ha spiccato mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità. Esther aveva in più occasioni già condannato pubblicamente quei politici israeliani che negli ultimi vent’anni hanno guidato lo Stato di Israele; le sue parole sono la prova che criticare la politica dello Stato di Israele non è e non può essere considerato antisemitismo. Forse occorrerebbe rileggere le sue memorie. Perché nessuna delle comunità ebraiche dei Paesi europei, ha mai detto perentoriamente in modo ufficiale che la vendetta non è pratica degna di uno Stato che si ritiene democratico? Perché nessuna comunità ha affermato che i massacri e le distruzioni perpetrati a Gaza, pur in risposta alla carneficina compiuta dai terroristi di Hamas, non potevano esseri fatti in loro nome? Qualcuno riesce ancora a immedesimarsi nel lutto, nel dolore e nell’immenso disagio di sopravvivere, di esseri umani doppiamente vittime dei propri e dei governanti altrui?